Il giorno 15 luglio è senz'altro quello in cui, per direttiva del Viceré e con il tacito consenso del Genoino, viene organizzato il complotto per uccidere Masaniello. Tra i congiurati figurano antichi avversari come l'ex eletto del Popolo Andrea Naclerio, ma anche personaggi quali i fratelli Salvatore e Carlo Catania e Michelangelo Ardizzone, esponenti di quei gruppi di bottegai e commercianti, i quali vorrebbero strumentalizzare il moto per i loro interessi privati. L'assassinio è fissato per la mattina del giorno dopo, la domenica in cui sarà solennemente festeggiata la Madonna del Carmine.
La notte del 16 Masaniello è inquieto; balza all'improvviso dal letto e, affacciato a quella finestra del Vico Rotto da cui tante volte aveva impartito ordini, pronunzia parole che sono state testualmente riportate, anche se trascritte in bell'italiano e non in dialetto, dai cronisti. Si tratta di un lungo, accorato discorso, in cui in realtà difficilmente potremmo rinvenire tracce di follia; è, anzi, un'attestazione lucidissima di quel che egli ha fatto per il suo popolo contro gli sfruttatori per consentire a tutti di vivere senza gabelle. Chiamati in causa i travagli ed i pericoli che ha sopportato, contrappone ai servizi prestati la consapevolezza di sentirsi circondato dal disprezzo e dall'ingratitudine e di essere vittima del tradimento. Dice espressamente: "Io so che sarò ucciso tra poco, io sono morto, ho visto che il Vesuvio ha vomitato su di me un diluvio di fuoco". E poi aggiunge: "Io so chi è stato che mi ha ridotto in questa misera condizione, chi congiura per finirmi e potrei anche distruggerlo, eppure io lo perdono e voglio che anche Cristo lo perdoni.". E si mette a benedire il suo uditorio, che, data l'ora notturna, è però costituito soltanto dalle guardie del corpo che vigilano nei pressi della sua casa, ragazzi dai 16 ai 22 anni, suoi antichi compagni. Le sue ultime parole, a parte la certezza di essere ucciso l'indomani, sono ancora per il "suo" popolo: "O popolo mio, se vuoi star sicuro e farti sentire da Sua Maestà, devi seguire il mio consiglio, e fare un porto di questa piazza ed un ponte da Napoli alla Spagna!".
Potremmo, per inciso, chiederci: il desiderio di creare una smisurata piazza per il popolo e quello di costruire un ponte da Napoli alla Spagna sono semplicemente espressione di insensata follia, o non stanno piuttosto ad attestare il vagheggiamento di nuovi spazi e di nuovi rapporti da istituire, tanto più carichi di forza simbolica, quanto più lontani dall'incertezza e dalla brutalità della realtà?
L'indomani mattina Masaniello si reca nella Chiesa del Carmine, dove il cardinale Filomarino sta celebrando la festività. Sale sul pulpito e comincia a predicare, ma nel contempo prende a denudarsi, il che trasforma la commozione iniziale dei presenti in lazzi e sberleffi. Il Cardinale ordina che, quasi incosciente, venga trasportato in una cella del dormitorio del convento. I congiurati lo seguono e dopo poco bussano alla sua porta; sentendo voci che ritiene amiche, Masaniello apre e resta freddato da 5 colpi di archibugio. È Salvatore Catania a recidergli la testa, issandola poi su una picca per portarla di corsa davanti alla reggia; molta folla lo segue al grido di Viva il re, una folla che, scalmanata e quasi eccitata dal macabro trofeo, con tali atti intende esorcizzare la follia del suo ex capo. Secondo il noto rituale, il cadavere viene trascinato per le strade e poi gettato sulla spiaggia, tra sabbia e sporcizia.

Per ironia della sorte, proprio la sera del 16, si avverte in città una enorme penuria di pane; la mattina del 17 ogni palata di pane, pur essendo venduta sempre al prezzo di 8 tornesi, viene ridotta di peso da 40 a 28 once. Lo stesso popolo che il giorno addietro ha inveito contro il Capopopolo e ne ha fatto scempio, ricerca ora il suo corpo, lo pulisce, lo ricompone, rivestendolo con gli abiti di Capitano Generale. Ed è proprio la pressione popolare ad imporre solennissimi funerali: tutte le Chiese cittadine risuonano dei rintocchi funebri, le luminarie sommergono tutti i quartieri; ma una massa straripante di folla, che tace o piange, accompagna il feretro nella Chiesa del Carmine.

Con questa reazione della plebe siamo all'epilogo della vicenda, in una sorta di "dramma sacro e collettivo". Un autore dell'epoca, Maiolino Bisaccioni, così scrive: "Dal popolo Masaniello era stato honorato come un re, ucciso come un reo, dopo morte adorato come santo e condotto come trionfante".
Ma è per noi chiaro che l' "ombra" di quell'ultimo trionfo avrebbe continuato a pesare a lungo sul futuro della città e del popolo di Masaniello.