1. La follia di Masaniello

Le cronache del tempo individuano tra il 12 e il 14 luglio le possibili linee di demarcazione tra sanità e follia in Masaniello. Sta di fatto che già del Capopolo è condizionata dalla crescente paura del tradimento e del complotto: il timore crea uno stato di ansia, che si riflette su alcuni provvedimenti coercitivi, quali il coprifuoco e alcune condanne esemplari, nonché l'ordine di tagliare "zazzere e capillature", per ostacolare travestimenti da donna, e la prescrizione secondo cui i preti vestissero senza mantello e con "sottane alte da terra", per impedire evidentemente che falsi religiosi nascondessero con facilità le armi.

Al di là di questo clima di tensione e di ansia, sulla follia di Masaniello hanno certamente gravato una molteplicità di fattori. è noto che proprio durante il giuramento dei Capitoli, secondo quanto narra il Giraffi, dopo aver arringato alla folla, inveendo ancora una volta contro i responsabili del malgoverno, Masaniello si straccia furiosamente le vesti da dosso e si getta ai piedi del Cardinale e del Viceré in preda ad una violenta crisi depressiva. è questa la prima palese manifestazione di squilibrio, caratterizzata da una dinamica psicologica oscillante tra il delirio di potenza da un lato e l'angoscia depressiva dall'altro. Sopraffatto da tale oscillazione di Capopopolo sempre più difficilmente si mostra padrone del proprio operato.

Infatti nei giorni dal 13 al 15 luglio, vistosi "in tanta grandezza che da vilissimo pescivendolo era quasi divenuto monarca" - secondo le parole di Giraffi - Masaniello comincia ad operare in modo forsennato ed insensato: cavalca da solo durante la notte, strillando e uccidendo chi gli capiti sotto tiro, ordina all'architetto Fanzago di riempire la città di epitaffi di marmo", progetta la costruzione di un ponte che congiunga Napoli alla Spagna; alterna ad atti di inconsulta violenza episodi di svenimenti da stress e di angosciosa depressione, durante i quali invita tutti ad obbedire non a lui ma al Viceré.

Già i cronisti dell'epoca rilevano la molteplicità di cause di quella che Tommaso De Santis chiama "la fantasia corrotta di Masaniello", nella cui mente il piacere dell'autorità avrebbe fatto sì che l'ambizione smodata fuggisse ad ogni proprio controllo razionale.

Motivazioni più legate all'operatività del proprio ruolo di comando sono addotto da Gabriele Tondoli, che evidenzia la fatica eccessiva, l'insonnia continua, le continue udienze richieste dal popolo, i digiuni frequenti e finanche l'eccessiva esposizione ai raggi solari.

Ma forse l'indicazione più significativa è "la tempesta dei pensieri eccedenti la capacità". Il Giraffi, che fornisce l'eziologia più completa della follia di Masaniello, concorda senz'altro su questo aspetto, mettendo in luce la sproporzione tra la "gran macchina dei negozi" e il suo "piccolo intelletto". 

L'interpretazione di tale sfalsamento di prospettive in un uomo che pure si era rivelato capace di gestire, di organizzare e di concretizzare obiettivi operativi, non risulta a tutt'oggi facile, né chiara. Scontate le ipotesi di fattori del tutto estrinseci, come quella di una pozione drogata che il Viceré gli avrebbe fatto bere - ipotesi ventilata dal Giraffi, ma non suffragata da prove reali -, la ricerca delle cause non può che svolgersi ab intrinseco. Da tale angolazione, alcune indagini a carattere psicoanalitico hanno individuato in Masaniello un tipico esempio di personalità "schizofrenica", tesa cioè alla dissociazione: innalzatosi dallo stato plebeo a posizioni indiscusse di comando, l'altezza di un compito eccedente le capacità avrebbe determinato la fuga nella dissociazione mentale come meccanismo di compenso al senso gravoso di responsabilità assuntasi. Come si vede, tale interpretazione riprende argomenti già precedentemente evidenziati e resta in linea col famoso giudizio che anche Michelangelo Schipa ha ribadito: si tratterebbe di uno squilibrio dissociativo derivante dall'incontro tra "la pochezza di uno spirito incolto e la complessa vastità del compito impostogli". Sul medesimo versante psicoanalitico, ma da una prospettiva diversa, quella di Masaniello potrebbe anche essere definita una personalità "paranoico-depressiva", oscillante, come già detto, tra due forme di delirio, quello di potenza e quello di persecuzione.

Siffatte interpretazioni, anche se in buona parte convincenti, non sembrano però rendere ragione di un contesto molto più complesso e di un dramma personale, ma anche storico, dalle mille sfaccettature.

Recentemente Aurelio Musi, nel suo bellissimo libro intitolato La rivolta di Masaniello nella scena politica barocca, ha affacciato un'interpretazione più globale e suggestiva. L'intera vicenda di Masaniello andrebbe letta e compresa all'interno della mentalità e della civiltà tipiche del Barocco, epoca essa stessa strutturata nella oscillazione tra magnificenza e grandiosità da un lato, e giustapposizione di elementi fatui e sovrabbondanti dall'altro. Lo scenario del Barocco, così teso all'euforia, ai trompe l'oeil, alle ingannevoli prospettive degli sfarzi smisurati, alle costruzioni fantastiche e fantasmagoriche non può che avere come contropartita il senso di insignificanza e di vuoto depressivo, che spinge l'individuo ad una sorta di collasso fisico e psichico, in cui depressione malinconica e aggressività latente son pronte ad esplodere ad ogni istante. Ebbene, tale scenario non sarebbe soltanto uno scenario artistico e letterario, ma anche politico e sociale. Per suffragare tale affermazione, il Musi analizza le biografie di alcuni uomini politici di grande levatura, come il Richelieu e il duca di Olivares, mettendo in rilievo l'enorme squilibrio tra la grandiosità, anche fattuale, dei loro progetti politici e le note comportamentali della loro esistenza quotidiana, cadenzata da ricorrenti cadute sia nell'immobilità depressiva e timorosa di tutto, sia nell'aggressività immotivata ed incontrollata, verso quanti li circondavano. La stessa tipologia è individuata dal Musi nel comportamento delle masse nel Primo Seicento, attraverso quella che egli definisce la "dimensione collettiva delle paure", che si coniuga alla dimensione altrettanto collettiva delle attese, delle richieste, degli obiettivi da raggiungere a qualunque costo.

In tale direzione, Masaniello avrebbe incarnato dentro di sé, avrebbe introiettato nel profondo la dimensione ansiotica del "suo" popolo, vivendo contraddizioni così laceranti da cadere nel collasso fisico e psichico. Né è da escludere che, allo stesso modo in cui il giurista Genoino, da buon borghese, abbia visto in Masaniello una pedina sfuggita al proprio controllo e, come tale, da eliminare, così Masaniello, non sentendosi più sorretto dall'appoggio del Genoino e convintosi che il popolo sarebbe stato ancora una volta sopraffatto dagli intrighi e dagli interessi sia borghesi, sia vicereali, abbia cercato nella "caverna della follia" l'esito ultimo della propria vicenda di audacissimo ed onesto, ma anche ormai perdente, Capopopolo.