2. Gli altri protagonisti: Giulio Genoino e Ascanio Filomarino

Dietro gli avvenimenti del 7 luglio, dietro i saccheggi e gli incendi, dietro lo stesso operato di Masaniello e di quanti come lui incitano alla rivolta, esiste, come ben ha rivelato lo Schipa, un vero "comitato dirigente della sommossa" che può identificarsi nella cosiddetta "reggia dei popolari" insediatasi nel Convento del Carmine. Suo capo e promotore è indubbiamente il giurista Giulio Genoino, che, ormai ottantenne, ha alle sue spalle una lunga esperienza di lotta e di riprogettazione politica.

l Genoino, nato a Cava dei Tirreni nel 1567, si impone come giurista nel secondo decennio del Seicento, al tempo del Viceré Pietro Giron, duca d'Ossuna. Egli si batte sin da allora per la parità di voti tra nobiltà e popolo nell'Amministrazione cittadina, facilitato in questa prospettiva dal clima di tolleranza creato appunto dal Giron, di cui è fervente ammiratore. Il programma di Genoino è teso ad immettere la borghesia delle professioni e dei ceti mercantili-artigiani nella gestione del potere municipale di Napoli e nella burocrazia del Viceregno. Egli sa che il Viceré potrebbe essere interessato ad appoggiare tale disegno per indebolire le prerogative del baronaggio e dell'artistocrazia napoletana.

Il progetto fallisce perché, a causa dell'opposizione del governo centrale di Madrid, il duca di Ossuna viene rimosso e Genoino arrestato ed incarcerato per ben 12 anni. Una volta graziato e tornato libero, si fa sacerdote, ma la sua avversione verso i ceti nobiliari non demorde: egli sa di dover aspettare un momento, un'occasione più favorevole per poter realizzare il suo progetto. Nel frattempo mantiene e costruisce contatti con i maggiori esponenti delle professioni civili, in particolare "forensi" e burocrati, e mostra una particolare predisposizione, non esente da certa demagogia, nel cercar di trovare elementi di congiunzione tra le aspirazioni dei ceti intellettuali ed artigianali-borghesi e quelle dei ceti subalterni popolari, tra il desiderio di ascesa delle classi medie da un lato, e l'insofferenza delle masse dall'altro.

In Masaniello egli crede di aver trovato un simile possibile anello di congiunzione. E nella propria ascesa, Masaniello viene appoggiato dal Genoino, che pensa di poterne controllare l'operato, ma, nel momento in cui si renderà conto che il "pescivendolo", diventato Capitano del Popolo, sfugge ad ogni forma di controllo, diverrà invece uno dei fautori della sua uccisione.

Nella genesi e nell'andamento della rivolta svolge un ruolo significativo anche l'arcivescovo Ascanio Filomarino. Amico del papa Urbano VIII e nominato da questi arcivescovo di Napoli nel 1641, il Filomarino esercita la propria influenza in una duplice direzione: da un lato, egli non nasconde le proprie simpatie filo-francesi, che derivano dal giudizio generalmente negativo sulla gestione troppo autoritaria e opprimente dei viceré spagnoli, la cui azione è da lui spesso intralciata o pubblicamente disapprovata; dall'altro, egli esercita con la propria personalità un forte ascendente sulle masse popolari, che trovano in lui un costante punto di riferimento ed un sostenitore delle loro richieste.

Se Genoino rappresenta colui che intesse trame e che intende servirsi della forza d'urto del popolo per portare avanti un progetto che, più che popolare, ha chiari intendimenti borghesi, e nel far questo si mostra abile manipolatore intriso di certa demagogia, il Cardinal Filomarino, invece, più vicino alla sostanza delle petizioni popolari, e per questo forte dell'appoggio e delle simpatie del popolo, riesce ad essere in molti momenti il vero mediatore di quelle richieste che possono sembrare più radicali ed eccessive. Infatti il popolo e lo stesso Masaniello sanno di potersi affidare al suo giudizio e si rivelano pronti a seguire le sue indicazioni, che tendono appunto alla mediazione conciliatrice, più che all'esasperazione infruttuosa dello scontro.