3. Stratificazione sociale e contesto ideologico

Un proverbio dell'epoca declama: "Napoli è un paradiso, ma abitato da diavoli": una città in continua crescita demografica, già afflitta da una sconcertante concentrazione e congestione urbana, interclassista nelle modalità di vita e di convivenza quotidiana, ma nettamente divisa nella sua stratificazione, ben lontana, dunque, dalla mobilità sociale che comincia a caratterizzare altri centri dell'Europa centrale.

Su questo contesto grava, all'apice della gerarchia sociale, un ceto aristocratico che, al di là delle simpatie politiche filo-spagnole o filo-francesi, è degno erede di quei progenitori che già Machiavelli nei suoi Discorsi aveva definito una generazione di uomini oziosi, "del tutto inimici di ogni civiltà". Il grande male del Mezzogiorno è di certo questa nobiltà che - come rileva Croce nella sua Storia del Regno di Napoli - "mentre altrove decadeva" a noi si rinsanguava, distinguendosi per "perversione e corruttela".

Questo baronaggio, riottoso e protervo, è pronto a conservare una funzione decorativa, a patto che possa mantenere i propri privilegi ed angariare il popolo, soprattutto quello contadino, soggetto ai gravami feudali. È anche classe che mena vanto della sua ignoranza e che non intende confrontarsi con le grandi correnti di cultura e di pensiero che stanno diffondendosi in Europa; dall'aristocrazia napoletana gli stessi nomi di Telesio, di Bruno, di Campanella, di Galilei sono quasi totalmente ignorati.

Ben più complessa è la strutturazione del "popolo", termine assai generico, che designa al suo interno una molteplicità di categorie estremamente differenziate: ai margini si situa il mondo estremamente povero dei contadini, rispetto al quale la popolazione della città, e in particolare di Napoli, è già in posizione di privilegio. La struttura urbana consente infatti maggiori possibilità di sopravvivenza, che ai livelli più bassi si traducono in attività che vanno dall'accattonaggio all'arte di "arrangiarsi": è questa la mas infima plebe, che, ferma restando una situazione di endemica povertà e ignoranza, riesce tuttavia a vivere e a sopravvivere, anche se esclusa dal sistema delle arti e dei mestieri della capitale. In realtà a Napoli esistono anche gruppi variegati di artigiani più o meno qualificati e in ogni caso minutamente organizzati; al loro interno prevale la fascia ristretta di coloro che, con abili speculazioni, sono riusciti ad arricchirsi e a creare quella che, giustamente, lo Schipa definisce una "consorteria" sempre pronta, anch'essa, a soverchiare e a sfruttare le masse subalterne.

Al di sopra dei ceti artigianali cresce la borghesia delle professioni, in particolare il cosiddetto ceto civile-avvocatizio che è anche quello più idoneo ad inserirsi nei ranghi burocratico-amministrativi della cosa pubblica e che è certo il più pronto a recepire e ad elaborare gli stimoli culturali. Nell'assenza di quel ceto borghese, economicamente attivo e produttivo, e politicamente indipendente che già si è formato in paesi come l'Inghilterra e i Paesi Bassi e che comincia a farsi strada anche in Francia, a Napoli è solo il ceto forense dei "togati" che incarna l'esigenza e la possibilità di un'alternativa ai quadri parassitari della nobiltà e del clero. Ed è solo questo ceto a recepire quanto di nuovo la cultura filosofica sta elaborando: è per suo merito che le ricerche sperimentali e le riflessioni teoriche di Galilei entrano nella cultura napoletana, esercitando la loro azione dirompente nei confronti della cultura aristotelico-scolastica, ancora imperante. Alla progressiva marginalizzazione dell'Aristotelismo contribuisce altresì, a partire dagli anni quaranta del XVII secolo, la conoscenza del pensiero di Cartesio. Come riferiscono sia il D'Andrea che il Giannone, è Tommaso Cornelio di Roveto che "fece venire in Napoli le opere di Renato delle Carte, di cui sino a quel tempo si era pressoché ignorato il nome presso noi". Questi due fattori, lo sperimentalismo galileiano e il razionalismo cartesiano, integrandosi con la vecchia, ma sempre vitale, tradizione "timaica" di matrice platonico-pitagorizzante, si rivelano strumenti validissimi per il ceto forense napoletano, perché, al di là delle implicazioni strettamente scientifiche, essi consentono l'apertura ad una nuova mentalità, da applicarsi non solo nell'ambito delle scienze, ma anche in quello della vita civile. Nonostante il limite dello sviluppo economico e nonostante l'arretratezza del sistema politico, la borghesia intellettuale napoletana comincia, pertanto, ad inquadrare la formazione giuridica, che le è propria, in un più ampio contesto di razionalizzazione del reale: nel Primo Seicento se ne colgono appena quelle avvisaglie che saranno destinate a dare i loro frutti positivi nel secolo successivo.