2. Mal contento popolare e rivolte

La forza del potere centrale non basta ad attenuare il clima ormai endemico di malcontento, che è alla base delle numerose rivolte che, già a partire dalla seconda metà del Cinquecento, costellano la vita del Viceregno. Si tratta di episodi che non vanno sottovalutati, essendo il sintomo di un'esplosione di malumore popolare, sia nel contado che nelle città, malumore che spesso travalica in atti di allucinante rabbia e violenza.

A tali fenomeni non è certo estraneo il peggioramento delle condizioni di vita dovuto alle carestie, che si verificano ripetutamente e si prolungano talora anche per lunghi periodi, come avviene per tutto il decennio tra il 1570 ed il 1580.

Nelle campagne la rabbia dei contadini si connette al fenomeno del brigantaggio, che crea un clima generalizzato di violenza e di anarchia. Basti pensare che nel 1590, nel tentativo di stroncare le varie forme di banditismo, il governo viceregnale intraprende una vera guerra civile, inviando in varie zone del contado, fino al lontano Abruzzo, una spedizione di ben 4000 soldati, ma solo dopo 3 anni le truppe militari riusciranno a circoscrivere i più pericolosi focolai di brigantaggio, senza peraltro poter distruggere il fenomeno, che resterà endemico anche nei secoli seguenti e, come è noto, riesploderà in tutta la sua virulenza dopo il 1861, cioè dopo l'unificazione politica dell'Italia.

Al di là delle province, è comunque nella realtà cittadina che le rivolte, pur senza avere nulla di propositivo, rivelano la più violenta opposizione nei confronti del sistema. L'episodio eversivo più eclatante resta quello del 9 maggio 1585, allorché a Napoli la folla imbestialita lincia proprio l'Eletto del Popolo Vincenzo Starace, tagliandogli la testa e facendone a pezzi il corpo. L'intero episodio, che ci è giunto attraverso la descrizione dettagliata e spesso raccapricciante che ne hanno fatto sia i cronisti napoletani dell'epoca, sia gli ambasciatori veneti nei loro resoconti, è da valutare non solo in se stesso, ma anche nei rituali simbolici che sorreggono la rabbia popolare, come giustamente ha fatto notare lo storico Rosario Villari nel commentare l'uccisione dell'Eletto.

Lo Starace è un tipico esponente di quella fascia assai ristretta di borghesia che è riuscita ad arricchirsi attraverso affari e speculazioni. Egli diventa Eletto del Popolo grazie alle sue ricchezze, entra in combutta col potere viceregnale, approvando, nonostante la recente carestia, l'aumento del prezzo del pane. Alle rimostranze popolari risponde arrogantemente gridando che farà mangiare a tutti "pane di terra".

Paga a carissimo prezzo la sua arroganza e prepotenza: la mattina del 9 maggio 1585 una gran massa di popolo si reca nella Chiesa di S. Maria la Nova, dove lo Starace ha indetto un'assemblea. Lo trascina forza fuori dalla Chiesa, dando l'avvio ad una sequenza di atti tutti intrisi, nella loro ferocia, di una ritualità che intende simbolicamente esprimere il rifiuto ed il ribaltamento di ogni forma di potere costituito: pongono lo Starace su una portantina con le spalle voltate, gli strappano il cappello, quindi lo gettano a terra e iniziano a crivellare il corpo a colpi di coltello e di spada. Il corpo sanguinante viene legato e trascinato con la faccia in terra per le strade e ad ogni angolo se ne toglie un pezzo. Proprio davanti al palazzo del Viceré gli si mozza la testa; il cadavere viene evirato, mentre le restanti parti mutilate sono issate su picche e offerte al popolo urlante con istigazioni al cannibalismo. Non ancora appagata, la folla si reca alla casa dell'Eletto, ne svelle le porte e, non riuscendo ad incendiarla, come vorrebbe, la saccheggia selvaggiamente, non per impadronirsi delle suppellettili (che difatti saranno distribuite nei conventi), ma per portare al culmine il senso di perdita del rispetto e della riverenza verso i potenti.

Il trasporto sulla portantina a spalle voltate e il capo scoperto senza cappello sono già simbolo della negazione della autorità, di un trionfo all'inverso. A ciò seguono lo "strascinamento" del corpo, la sua mutilazione, gli inviti al cannibalismo, il saccheggio della casa e il suo eventuale incendio. Il Villari sottolinea come l'intero rituale sia appunto la manifestazione, non casuale, di una volontà di inversione dell'ordine sociale, immediatamente comprensibile alla massa. Nel caso dello Starace, infatti, il popolo applica ad un esponente dell'apparato governativo gli elementi rituali che spesso venivano riservati, nelle esecuzioni capitali, ai membri dei ceti inferiori, aggiungendovi di suo segni più oscuri di esasperazione (come l'evirazione ed il cannibalismo), che però caratterizzano in modo ancor più specifico l'irrazionale esplosione di bestialità cui il malcontento popolare può giungere.