1. Stagnazione economica e fiscalismo

Nonostante la varietà di giudizi, prevalentemente negativi, che la storiografia ha espresso sugli effetti della dominazione spagnola in Italia e nonostante la revisione che in qualche modo si è operata a proposito del cosiddetto "malgoverno" spagnolo, resta incontrovertibile che il periodo viceregnale ha costituito per Napoli e per il Mezzogiorno una fase di grande ristagno economico.

Persa la residua floridezza commerciale e marinara, il territorio del Viceregno viene ridotto quasi totalmente a latifondo: le coltivazioni restano esclusivamente estensive ed il terreno è lasciato in gran parte a pascolo o a bosco, se non addirittura a palude malarica.

La struttura economica è sostanzialmente di tipo feudale-parassitario, poiché risente, ancor più fortemente che in passato, dei criteri improduttivi legati alla "tesaurizzazione", cioè al tipico sistema spagnolo di incameramento delle ricchezze, senza nessuna forma di trasformazione delle risorse e di reinvestimento produttivo dei profitti.

Al latifondismo ed al parassitismo si aggiunge e si congiunge l'oneroso sistema tributario e fiscale. Tasse e gabelle, chiamate eufemisticamente "donativi", risultano intollerabili e gravose per un duplice ordine di motivi: in primo luogo perché concernono fondamentalmente i generi di prima necessità, quali pane e frutta (che costituiscono la base dell'alimentazione popolare); in secondo luogo perché sono ripartite secondo criteri di evidente sperequazione, non gravando in misura proporzionale su tutti i ceti sociali. Nobili e clero godono, infatti, di particolari esenzioni fiscali e di antichi privilegi di varia natura, che né il potere centrale della Corona, né tanto meno il potere viceregnale intendono abolire o limitare, essendo interessati ad assicurarsi la fedeltà delle classi nobili e la conseguente tranquillità delle province. L'alleanza tra Corona spagnola ed aristocrazia meridionale diviene tanto più urgente quanto più si intende da un lato avere valide garanzie contro eventuali sovversioni popolari, dall'altro porre freno alle spinte ed alle simpatie "francofile" di certa parte della nobiltà locale.

È in tale clima che si alimenta, in linea con il ristagno economico, quel processo di "rifeudalizzazione" che sempre più caratterizza il Mezzogiorno d'Italia nel corso del Seicento, processo che il baronaggio meridionale finisce con l'accettare di buon grado e con il favorire, modellandosi sull'esempio e ritenendo, proprio come gli hidalgos spagnoli, essere motivo di onore sia l'ozio che l'ostentazione.

Quanto il sistema fiscale sia legato alla improduttività parassitaria è ampiamente dimostrato dal fatto che le entrate tributarie non vengono devolute ad opere di pubblica utilità, ma servono solo ad accrescere lo sfarzo delle corti di Madrid e di Napoli e a soddisfare le esorbitanti e crescenti spese di guerra della Corona.

Altrettanto significativo è che il sistema tributario colpisca non solo i ceti meno abbienti, ma anche coloro che si danno alle attività artigianali e manifatturiere; ben lungi dal ricevere qualche forma di protezione del loro lavoro, vengono non solo tassati, ma anche lasciati in balia di amministratori e di funzionari subalterni privi di scrupoli e pronti a continue malversazioni.

In tale contesto il malcontento delle masse diviene un fatto generalizzato e l'esigenza di eversione nei confronti del sistema qualcosa di endemico, a cui il potere viceregnale risponde talora con qualche briciola, con qualche contentino di facciata con cui blandire il popolo, ma più spesso con la forza ritenuta indispensabile per ricondurre il popolo all'obbedienza.

Il maggior contentino elargito alla massa cittadina è comunque il suo "Eletto", "l'Eletto del popolo". Nella realtà anche costui è una pedina nelle mani del Viceré, che lo sceglie a suo arbitrio tra i sei che nelle elezioni dei cosiddetti "Seggi" (vere e proprie circoscrizioni elettorali della città tese a designare i rappresentanti della nobiltà e dei ceti borghesi-popolari in organi di carattere meramente consultivo) hanno ottenuto il maggior numero di voti, così come sceglie e nomina il "Grassiere", cioè il prefetto dell'Annona, designato al controllo dell'approvvigionamento cittadino. Sia l'Eletto che il Grassiere finiscono con lo stare dalla parte del Viceré anche perché, nel caso che sotto la spinta popolare contravvengano alla volontà del potere centrale, sono ipso facto sostituiti o, nel peggiore dei casi (ma tuttavia non rari) sono resi, con qualche espediente, invisi al popolo.