Domenico Sena - Versi
Non è dunque la tua storia trascorsa, E poi sognare e Un piccolo aeroplano, sono tre poesie tratte da una raccolta di Domenico Sena, dedicata al quartiere napoletano Barra, pubblicata dalla Magna Graecia nel maggio del 2000 con il titolo: Riflessioni. Versi su Barra. Dalla sua piccola "apotéca" sull’antico Corso Sirena, cuore storico di Barra, l’autore spia le care cose e parole, che sono
"acerbe foglie ancora
del tuo futuro, ora".
Immerso nel "ventre di Barra", egli mostra di ben conoscerne gli umori più sanguigni come le salde risorse di umanità, e proprio in questo "ventre" vede
"vivo il preciso segno
di ciò che eri e sei,
piccola nostra patria barrese."
In definitiva, in queste diciotto brevi composizioni di Domenico Sena, vi è la lucida consapevolezza civile della attuale, non certo esaltante, situazione di Barra e però, insieme, lo slancio appassionato a ricercare, nella memoria del passato e nelle potenzialità del presente, le ragioni motivate del riscatto, perché
"lì, dove al grembo tuo crescono bimbi,
tra materne mura intenti in studio
sono coloro o quegli che diranno,
faranno, in virtù del fatto che è giusto".
L’infame crudezza e Il tempo notturno sono due poesie tratte da Rime solari e nuovi carmi, una raccolta di poesie di Domenico Sena, con la quale ha vinto il Premio Selezione poesia ’96.
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Non è dunque la tua storia trascorsa Non è dunque la tua storia trascorsa che userà la Sorte come lavacro, non infinite lacrime recesse delle madri avvolte in abiti tristi, dei padri, finti stoici seguaci, col cuore avvolto dall’edera nera; non giacche e cravatte usate per dire e non dire, soprattutto del fare; non scure divise d’imberbi ignari dove eccellono luci astrali in terra; non sarà il sole ad asciugarti in sabbia, non sarà il mare ad atterrirti in scogli, né il cielo che ha voltato il suo viso poiché l’è triste rimirarti ancora. Ma so che ai piedi dell’albero un fiore spesso trascorre la sua essenza ignota: lì, dove al grembo tuo crescono bimbi, tra materne mura intenti in studio sono coloro o quegli che diranno, faranno, in virtù del fatto che è giusto. |
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E poi sognare E poi sognare, Sognare ancora Senza risveglio Ma, alto, il sole, |
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Un piccolo aeroplano Un piccolo aeroplano sorvolò in mattinata questo cielo: balenava al suo stelo di puntuta zanzara, un moto incerto: come il nettare nero avesse ingerito buono e copioso. Per la sua bianca coda come al lazo aveva nuvole pure, poi, come fumo a fumo vaniva all’ali d’angeli stupiti. Da un piccolo aeroplano qualcuno vide giù in basso le case erette su te, o terra! |
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L’INFAME CRUDEZZA Non ora verranno le madri che soli alla pioggia infinita tacciono nel passo dei padri mirando gli sguardi di vita. Non ora saranno felici sporchi della lor bruna pece, dagl’occhi affamati e infelici che nessuno nulla ne fece. Non dicon, ci tendon la mano, non piangon, ci mostran la forza che asciutto il viso lor sano già pianse su molle lor scorza. Giovanile stretta sul cuore che trilla di gioia tremenda, ben senti lontan ogni amore e donde n’hai a questa legenda. O bianche sì piene segrete che a noi li tenete lontani, cadete, voi mura, cadete e siamo a noi sempre non strani. Ma voi non cadete o chiassose, non fu uomo ti presti opera e non ora a voi le radiose faccine sarà chi le scopra. Pioggia alle vetrate che picchi saluta il car bimbo lontano ché solo, che soffre fra chicchi solo gioco rimasto ed invano. Non ora, o piccino, verranno ma presto i tuoi dì ci saranno. |
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IL TEMPO NOTTURNO Smarrii quindi la strada vicina, tutto passò di furia in giorno e in notte che del mutar dei fior nella mattina la loro aulica minuta veste, non vidi, eppur danzi, voi mi cadeste. Tempo, o tempo, timonier di rotte, cadesti entro uno stagno scuro che il ribollir fè scoprir le calotte ove le lancie di muffa coperte mosser l’istante che furon aperte più forte con nessun presente muro ed io udii la vera tempesta dall’infrollir della foglia ch’io curo che la baderla và fra arbòree forme come il mio soffio sulle antiche orme. E mi trovai sulla piaggia cresta con la gravina in su l’amara terra che il mòro l’ombra gli facèa in festa e il divellar dalle crude regioni divenne il far grave nelle stagioni. E le man mie incisi forte sotterra e sol ne trassi amarissima alma che via spirò fra quel che sempre erra, lontan da queste mani dolorose, lor che ben sanno delle vie furiose. Ma sempre questa novella mia calma è nel cuor, giù nel profondo mio mare languida scossa come fredda palma e io che vedo sommo l’imbrunire questa ribalda non oso finire. Calme, quest’acque profonde e pur care sembran infin assemplar ogni cosa, ma opaca, sì fuggevole che mi pare eterno duolo, al limitar del corso, come del calice, amàr mio sorso. Finì la barbara pioggia sua posa, ma non quest’alma che su tutto osa. |