LA POESIA ITALIANA DEL NOVECENTO
di Domenico Giorgio
(Ricercatore di Letteratura italiana
presso l'Università degli Studi di Napoli "Federico II")
« Noi vogliamo cantare l’amor del pericolo, l’abitudine all’energia e alla temerità. Il coraggio, l’audacia, la ribellione, saranno elementi essenziali della nostra poesia». Sono queste le iniziali affermazioni del Manifesto Futurista di Marinetti che, dalle autorevoli pagine del « Figaro» di Parigi del 22 febbraio 1909, rimbalzavano come frammenti di un anelito rivoluzionario atto a mutare i vecchi schemi obsoleti della poesia italiana agli inizi del XX secolo. Al di là del concreto apporto che i futuristi avrebbero realmente offerto alla nuova poesia, è indubitabile che il poeta moderno - italiano ed europeo - si debba sentire tale solo se è cosciente della grande trasformazione storica e culturale che ha dinnanzi, ineludibile e fascinosa, temibile e sconvolgente ad un tempo e che si realizzerà in pieno con la catastrofe della Grande Guerra.
La grande tradizione romantica sembra spezzarsi di fronte alle forme sghembe di Picasso nelle Demoiselles d’Avignon (1907), alle straordinarie scoperte della fisica nella Teoria della Relatività (1905) di Einstein e alle inquietanti suggestioni che potevano offrire al lettore borghese le indagini sull’inconscio e sull’inesplorato mondo dei sogni di Sigmund Freud (1901), alla inesorabile perdita d’identità del Fu Mattia Pascal (1904) di Luigi Pirandello. Bisogna pur ammettere che le profonde trasformazioni, spesso radicali, che si profilavano nell’ambito culturale, scientifico e artistico non erano che la spia di un mutamento - con le conseguenti inquietudini che queste avrebbero potuto offrire - che affondava nelle radici della stessa civiltà di massa che ormai si stava imponendo in tutto l’Occidente e che sembrava incidere inequivocabilmente non solo nelle direttive politiche, sindacali ed economiche dei governi, ma, ciò che più conta, nelle coscienze degli individui, che per la prima volta si sentivano esclusi, emarginati ed anche schiacciati da un mostro cieco ma onnipotente. Non a caso Gabriele D’Annunzio - massimo corifeo dei poeti italiani del momento - aveva già avuto modo di esternare la sua acre amarezza di fronte « al grigio diluvio democratico odierno» (Il Piacere, 1889).
Tuttavia, le nuove forme poetiche del XX secolo non possono essere affrontate se non viene opportunamente colto l’innegabile legame esistente tra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento; infatti, ogni esemplare antologia sulla poesia italiana del Novecento - intendo quella che è riuscita a storicizzare, pur negli inevitabili limiti, le maggiori correnti e le più significative personalità sparse nel magma letterario contemporaneo, e mi riferisco alle antologie curate da P. P. Pasolini nel 1960 e da Edoardo Sanguineti nel 1969, dunque, da due tra i più emblematici poeti del secolo - assume come punto referenziale e prioritario la poetica di Giovanni Pascoli, che, al di là dei tenui ricordi scolastici del lettore medio, ha inaugurato una fruttuosa schiera di lirici che approda fino all’ermetismo. Il registro onirico, visionario, il verso breve dalle tante onomatopee e dalle allusive e misteriose invocazioni simboliche, fanno del Pascoli il primo grande poeta moderno della nostra poesia.
L’accorato intimismo pascoliano non sembra cedere alla liberissima gamma di toni e di stili presenti nel Poema paradisiaco dannunziano, anzi esso continua nei versi pregni di languore, malinconia e di compiacimento autoironico dei Crepuscolari, influenzati dai postsimbolisti francesi e belgi, accomunati dalla predilezione per gli aspetti dimessi e marginali della quotidianeità. G. Gozzano (1883-1916), S. Corazzini (1886-1907), C. Govoni (1884-1965), M. Moretti (1885-1979), solo in apparenza rifiutano la modernità e la totale rottura degli schemi compositivi poetici espressi dal Futurismo: infatti, le tinte smorzate che ricordano, appunto, il colore del crepuscolo - e merito di tale denominazione va all’acutezza critica di G. A. Borgese - il gusto pascoliano delle piccole cose o la malinconia sensuale dello stesso D’Annunzio non vanno interpretati in modo fuorviante ma devono pur essere ricondotti verso una cosciente condizione di disagio, di cui il poeta è portatore. Si leggano questi versi di Gozzano, tratti da Pioggia d’agosto, intrisi di autobiografismo e di testimonianza della propria « perplessità» di fronte al mondo:
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Soffro la pena di colui che sa |
Versi, dal tono quasi prosastico, che preannunciano quelli di Cesare Pavese e delle nuove generazioni che preferiranno avere in Gozzano e negli altri crepuscolari un valido referente, piuttosto che nel verso rivoluzionario dei futuristi che, a dirla con Gramsci, scompariranno dalla scena letteraria come degli scolaretti che, fuggiti da un collegio di gesuiti, dopo aver fatto un po’ di baccano nel bosco vicino, saranno subito ricondotti nei ranghi. Eppure, il vistoso fenomeno del Futurismo non va certo considerato in termini così ironicamente riduttivi: esso è interpretazione del mondo, rappresentando un’autentica rottura dei valori e degli schemi verbali, creando, magari, un altro tipo di retorica. Accanto al suo fondatore G. A. Marinetti (1876-1949), A. Palazzeschi (1885-1974), lo stesso C. Govoni, e A. Soffici (1879-1964), E. Cavacchioli (1885-1954), con il gusto della provocazione si inseriscono nel turbinio più fecondo delle poetiche europee, influenzandone il ritmo versificatorio e i temi modernistici. Un esempio di tale rottura e di piena libertà inventiva e stilistica è offerto dai seguenti versi - ammesso che tale termine possa ancora essere usato - di Uomo+Vallata+Montagna (1916) di Umberto Boccioni (1882-1916), oltre che poeta, notissimo pittore e scultore:
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Lentamente abbassarsi adagiarsi attraverso
la montagna |
Se è pur vero che la poetica futurista si manifesta incisiva e dinamica più sui livelli programmatici che in valide e durature realizzazioni espressive, l’esplosione di queste « parole in libertà» - secondo l’espressione marinettiana - indica altresì la volontà di abbandonare per sempre ogni tipo di prosodia, in nome del verso libero, di nuove tecniche letterarie vicine ad altre manifestazioni artistiche, quali le figurative, per ribadire, poi, una fede nel continuo superamento delle posizioni raggiunte, in nome di un eterno divenire di forme, suoni, colori che sembrano lanciarsi in un folle élan vital, mutuato certamente, seppur in toni accelerati, dalla filosofia hegeliana e nicciana, con suggestioni derivanti da Spencer e dal darwinismo, influenzando tutte le avanguardie europee fino alle nostre neoavanguardie degli anni Sessanta.
In questo contesto, si inseriscono, svolgendo spesso una funzione fondamentale di aggregazione e di incentivazione programmatica, le riviste, intorno alle quali si muove un mondo culturale magmatico che riesce a trovare una identità, pur momentanea, di tipo organizzativo e tematico. Si pensi a « Lacerba» di G. Papini e di A. Soffici, caratterizzata dal gusto della provocazione futurista, e, soprattutto, alla rivista fiorentina « La Voce» , che riesce non solo ad accomunare personalità di prestigio ma a proporsi come l’ago della bilancia di quasi tutta la cultura letteraria del periodo, inserendosi nei più aggiornati flussi del pensiero europeo. Intorno alla rivista, fondata da G. Prezzolini nel 1908, ruotano poeti di alta levatura, legati all’asse Firenze-Trieste e che si caratterizzano per la volontà di rinnovamento integrale e l’interesse verso i peculiari problemi etici dell’uomo. La produzione letteraria triestina primo-novecentesca testimonia l’esigenza dei suoi creatori di chiarire a se stessi e di superare quello che si potrebbe definire un acuto « senso di alterità» , concentrando il loro interesse sull’uomo e facendo così nascere una poetica non accademica, bensì intesa come impegno totale. L’antiestetismo della letteratura triestina, traendo origine dal moralismo vociano e dal tentativo, attraverso un travaglio linguisitico, di raggiungere una pratica lessicale tutta italiana, scevra di interferenze slave e tedesche, contraddistingue l’opera di C. Michelstaedter (1887-1910), P. Jahier (1884-1966), S. Slataper (1888-1915), G. Boine (1887-1917), alcuni dei quali travolti dalla Grande Guerra, come il finissimo critico Renato Serra (1884-1915).
Saranno proprio i sensibili interventi critici di Serra a influenzare gran parte della letteratura di questo periodo, incentrati sui delicati rapporti tra arte e vita, sull’esame sincero della propria condizione di intellettuale, sui possibili spiragli che la politica poteva aprire anche al poeta amante dell’azione: il dibattito tra interventismo e neutralismo non poteva essere solo appannaggio del militante politico ma di tutte le forze culturali del Paese. Infatti, proprio la Prima Guerra Mondiale coinvolgerà quasi tutta la nuova generazione, offrendo nuove tematiche più drammatiche e vicine alla traumatica realtà del conflitto. Nascono in questo modo le « poesie di guerra» , dal tono asciutto e tagliente ma ricchissime di umanità; una di queste, Veglia, scritta al fronte nel 1915, è del giovane Ungaretti (1888-1970):
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Un’intera nottata Non sono mai stato |
Senza dubbio, la poesia di Giuseppe Ungaretti offre il più radicale esempio di rinnovamento formale e tematico della lirica del nostro secolo: la perdita di valori causata dalla guerra ha anche provocato la concreta scomparsa di tutta una tradizione, tutto sommato, ancora legata ai canoni dell’Ottocento romantico. Tale perdita, pur provocando disagio nel poeta, alimenta una sincera ansia di reale rinnovamento e di superamento della stessa tradizione. L’intera raccolta di Ungaretti, Vita di un uomo, segue l’intero iter di un grande poeta europeo, che dagli avvenimenti bellici giunge sino alla modernità, imprimendo tramite la parola, la coscienza di più generazioni. Una nuova generazione, rappresentata da C. Sbarbaro (1888-1967), C. Rebora (1885-1957), A. Onofri (1885-1928), affronta temi legati all’esistenza dell’uomo: la fede, il dramma delle cose perdute, l’angoscia del vivere. Un posto a sé, per la genialità delle invenzioni e la solitudine in cui fu costretto a vivere, spetta a Dino Campana (1885-1932), influenzato dal visionarismo di A. Rimbaud e dei poeti francesi. I suoi Canti orfici (1914), originalissimi e inimitabili, subiscono il fascino della componente mistica ed esoterica, richiamandosi ad una tradizione onirica ma rivissuta in forma autonoma e umanissima.
Terminata la guerra, con la salita del regime fascista al potere, la cultura italiana avverte un ineludibile rappel à l’orde, denunciato dai collaboratori della rivista romana « La Ronda» , che tendono a instaurare il meglio della tradizione lirica italiana (Petrarca, Leopardi), appellandosi al senso della misura, al classicismo e alla prosa d’arte. Non si tratta di un banale ritorno al passato, rifugiandosi nella tradizione, ma di una vigile attenzione allo stile e alla dignità dell’intellettuale impossibilitato di muoversi tra avvenimenti politici e ideologici troppo contrastanti, tra rinnovamenti poetici ritenuti eccessivi. Tra i lirici più esemplari, spicca l’opera di V. Cardarelli (1887-1959).
Tuttavia, il pur dignitoso rappel à l’ordre rondista non serve a frenare l’ondata di rinnovamento letterario, che, dalla narrativa al teatro, caratterizza gli anni Venti della nostra produzione; parallelamente a Gli indifferenti di Moravia, ai drammi di Pirandello dalla risonanza internazionale, ai narratori che affrontano il dramma dell’esistenza come Svevo, Tozzi, Borgese, anche la lirica si sente obbligata a confrontarsi con i grandi temi dell’esistenza, inserendosi in un movimento, l’ermetismo, complesso e spesso arduo per temi e forme linguistiche, ma confortato dalle maggiori personalità del secolo: G. Ungaretti, E. Montale (1896-1981), U. Saba (1883-1957), S. Quasimodo ((1901-1968), A. Gatto (1909-1976), L. Sinisgalli (1908-1981), M. Luzi (1914).
L’ermetismo si impone di liquidare la degenarazione del dannunzianesimo enfatico e morboso e il pascolismo eccessivamente provinciale per recuperare le esperienze simboliste francesi e restituire alla parola la sua originaria pregnanza poetica; la « poesia pura» , fatta di essenzialità e di potenza evocativa, tende ad una forma di assoluto e di liricità scarna ma vibrante nei toni, nelle anafore e negli strumenti retorici atti a dare alla sensazione motivo di meditazione religiosa, mistica, esistenziale. Poesia difficile, dunque, definita ermetica - chiusa, esoterica, misteriosa -, priva di un destinatario medio, prossima al rischio di essere priva di una degna fruibilità. Nonostante tali difficoltà, gli ermetici si sono imposti con la loro alta lezione poetica e, primo fra tutti, si erge la personalità di Eugenio Montale che, dalla prima raccolta Ossi di seppia (1925) a Le occasioni (1939) a Satura (1971), ha marcato con notevole rilevanza il panorama poetico del secolo, ottenendo riconoscimenti internazionali suggellati dal Nobel nel ’75. La lirica montaliana si muove in una perenne ricerca di sperimentazioni linguistiche rivisitando il dramma di « un’ispiegabile esperienza di vita» (G. Pozzi, 1965), incurante della difficoltà di ricezione del messaggio poetico; Montale ha esplicitamente affermato:« Nessuno scriverebbe versi se il problema della poesia fosse quello di farsi capire; il problema è di far capire quel quid al quale le parole sole non arrivano» . Dunque, occorrono delle sottili allusioni atte ad evocare un dramma di tipo esistenziale - che scavi nelle pieghe intime dell’essere - più vicino alla visione cosmica dell’inglese Eliot che degli altri ermetici italiani, per l’indagine continua del « male di vivere» : Spesso il male di vivere ho incontrato: / era il rivo strozzato che gorgoglia,/era l’incartocciarsi della foglia / riarsa, era il cavallo stramazzato. Si leggano questi celebri versi, composti nel 1916, tratti da Ossi di seppia:
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Meriggiare pallido e assorto Nelle crepe del suolo o su la veccia Osservare tra i frondi il palpitare E andano nel sole che abbaglia |
Come è evidente, l’uso di quartine, con la chiusa di una strofe di cinque versi, e di rime con allitterazioni e strumenti retorici non inficia, anzi dà rilievo al ritmo modulato assecondando la varietà dei moti interni che vi si riflettono. Montale è, senza dubbio, uno dei massimi poeti italiani che ha magistralmente rappresentato la crisi della coscienza europea moderna.
La storia poetica di Montale si intreccia con l’attività critica, efficacemente svolta nella redazione di un’altra rivista fiorentina dalle grandi aperture europee: « Solaria» , che apre le porte ai grandi della letteratura mondiale (Proust, gli americani, Kafka) e a giovani letterati ansiosi di rinnovarsi nello stile e nei temi, soffocati come erano dalla pressante censura fascista. Tra questi, Cesare Pavese (1908-1950) che, imitando il verso libero e prosastico degli anglosassoni, tra suggestioni liriche e mitiche rappresentazioni della terra natia, pubblicherà nel 1936 una raccolta di liriche dall’emblematico titolo Lavorare stanca. I solariani testimoniano, con il loro impegno, l’urgenza di scelte che rivestano anche altri ambiti, come il civile e il politico e la loro chiaroveggente lezione sarà ripresa con la caduta della dittatura. Un numero della rivista fu tutto dedicato all’opera di Umberto Saba, i cui caratteri mitteleuropei impedivano una corretta interpretazione della sua altissima vena lirica.
I tragici avvenimenti bellici pongono un limite alla corrente ermetica per far posto ad una nuova generazione ben più impegnata nella lotta civile e nell’ideologia, nei confronti della realtà più concreta; tuttavia, l’oggettivante ricerca di nuovi moduli linguistici non tralascia l’intima esigenza di esprimere la soggettività, magari lacerata dal conflitto con il mondo esterno e la propria fede politica o ideologica. E’ il caso di Pier Paolo Pasolini (1922-1975), e in particolare del suo capolavoro, Le ceneri di Gramsci (1957), dove l’impegno civile si scontra con la propria sensibilità divorata da una « disperata vitalità», che sembra ottundere quell’impegno:« Solo l’amare, solo il conoscere conta,/non l’aver amato,/non l’aver conosciuto» . La delusione del fallimento dei valori della Resistenza spingono molti intellettuali verso una forma disperante e disperata di vivere la realtà: si pensi a Pavese che muore suicida nel ’50, o meglio, agli emblematici versi pasoliniani, indirizzati alla memoria di Gramsci, modello che sembra oramai irraggiungibile:
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Lo scandalo del contraddirmi, dell’essere del mio paterno stato traditore attratto da una vita proletaria a te anteriore, è per me religione la sua allegria, non la millenaria |
A differenza dei vociani, i poeti contemporanei usano l’autobiografismo con la volontà di mettersi a nudo, di scandagliare le proprie contraddizioni. Distaccatisi dalle giovanili esperienze ermetiche, la ricerca sperimentale continua incessante in poeti come Luzi, Quasimodo, che rivisita moduli e temi della classicità, Gatto, V. Sereni (1913-83), G. Caproni (1912-1990), A. Bertolucci (1912-2000). Anche l’espressione dialettale richiama con urgenza la propria dignità letteraria con personalità vibranti e attente alla modernità (il triestino V. Giotti, il friulano Pasolini, l’istriano B. Marin, il lucano A. Pierro).
Un posto a parte - per l’originalità dei temi e il carattere schivo della sua personalità - spetta a S. Penna (1906-1977), lirico di straordinaria trasparenza formale che immette nei suoi versi raffinatissimi ed estremamente semplici - tanto da essere assimilato alla grande tradizione lirica greca - costanti tematicche a lui care: l’amore della gioventù, la sofferta ma sublimata solitudine, tenerissime sensazioni lungo strade periferiche o in campi inondati da una calda e privata sensualità, in nome di una Strana gioia di vivere (1956).
Come è noto, alla fine degli anni Cinquanta, l’Italia assiste al cosiddetto « boom economico» , le cui conseguenze nel campo economico, politico e sindacale, nei modi di comportamento e in un uso spregiudicato nei confronti del consumo di massa, trasformano in breve tempo la società italiana in una competitiva società industriale, tanto da porla nel concerto più agguerrito della realtà occidentale. In ambito culturale, come già in alcune nazioni, come la Francia con il nouveau roman o la Germania con le avanguardie che indicano come loro referente prossimo le avanguardie storiche come il dadaismo, il surrealismo e l’espressionismo, alcuni giovani lirici italiani inaugurano la poesia della « Neoavanguardia» , proponendosi alternativi modelli culturali (la psicanalisi, la linguistica, lo strutturalismo, il neomarxismo) atti ad influenzare la poesia, rivoluzionandola, almeno secondo le originarie intenzioni. I più significativi rappresentanti delle neoavanguardie, che insieme fonderanno il «Gruppo ‘63» , sono E. Sanguineti (1930), E. Pagliarini (1927), N. Balestrini (1935), A. Porta (1935-1989), A. Giuliani (1924) che, pur proclamandosi amanti della parola spontanea e libera, pronta ad adeguarsi agli impulsi istintivi della passione, si palesano come esperti geometri dello stile e degli strumenti linguistici e retorici. Un esempio di tale poetica è offerto dai versi di Elio Pagliarini, tratti da « Come si agisce» (1963):
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Prima di posare sul sagrato
si libra ad ali tese Altri esempi: torri nel pozzo di San Giminiano, l’amo con una gamba ingessata, la penna che macchiò in volo la |
Nel « proclamato ritorno al disordine» , secondo l’espressione usata dallo stesso Sanguineti, tale poesia offre comunque la testimonianza di un’opposizione a un tipo di società, che forse ha già perso la propria identità o, almeno, la fede nella grande tradizione del passato, ma pronta a dover ammettere tumultuose trasformazioni, che la poesia tende a registrare, con tono anche disincantato. E’ il caso di G. Giudici (1924), la cui Vita in versi (1965) si inserisce, tramite un registro linguistico volutamente parodico, nel dibattito di quegli anni sulla funzione e il ruolo dell’intellettuale nella civiltà neocapitalistica, e proprio da tale ineludibile confronto può ancora nascere la poesia. La generazione degli anni Settanta e Ottanta - da G. Caproni, A. Zanzotto (1921), L. Canali (1925), ai più giovani come G. Conte (1945), M. Cucchi (1945), D. Bellezza (1944-1996), V. Zeichen (1938) - al di là degli specifici risultati raggiunti e dei metodi di ricerca sperimentale - è particolarmente attenta alla « possibilità di un reale incontro tra le pulsioni della vita e la ricerca di tradurle in forma» (G. Zagarrio, 1983), cioè alla possibilità di avere, nei limiti del possibile, un riscontro tra il dire e l’azione, tra il pensiero e la prassi, mai così dissociati come negli ultimi decenni del secolo. Il frastuono suscitato dalla grande comunicazione di massa tende a rendere afasico il linguaggio poetico se questo non riesce ad aderire alla realtà sempre più evanescente, per cui suggerimenti provocatori giungono proprio dalle "vecchie" neoavanguardie, che, come Sanguineti, vedono solo nell’antiletteratura l’unico senso della letteratura, o meglio: occorre sabotare la poesia con il dilettantismo, inteso come « specializzazione dell’antispecializzazione» . Forse sarebbe opportuno ascoltare il suggerimento di un poeta come A. Porta, che afferma di dover necessariamente trovare « una cinghia di trasmissione» tra il poeta e il suo lettore da considerare, quest’ulimo, un co-autore, un improvviso protagonista, troppo spesso muto. Sta di fatto che oggi molte personalità del mondo poetico si aggirano prive di referenti stabili, tracciando percorsi già sperimentati, o, con il proprio talento e la sincerità delle intenzioni, si spingono verso costellazioni ignote prive di un centro, oppure si rifugiano in se stesse, nella vacua speranza di essere ascoltate. Nella impossibilità di una previsione, non si può non essere d’accordo con un maestro della poesia novecentesca, Aldo Palazzeschi, che diceva: « Muoiono i poeti ma non muore la poesia» .